anche se incuriosito dal suo mondo era tremendamente annoiato dalla camera da letto.
mercoledì 19 agosto 2009
specchi - mondi paralleli - il mondo delle luci riflesse
R. si guardava allo specchio. una ruga spuntava sul lato destro della bocca. si guardava allo specchio e vedeva il suo mondo, guardava indietro nella sua vita, che non gli sembrava poi così male. in verità non aveva concluso moltissimo. aveva quasi trent'anni e non aveva niente di che tra le mani. non aveva fatto carriera, non si era ancora laureato, aveva lasciato qualche faccenda aperta, ma niente che non si potesse risolvere. la sua vita era ancora lunga, pensava, appoggiò una mano sullo specchio, e come se risucchiato da una forza incredibile si trovò in una stanza buia. dopo l'iniziale stupore si rese conto che nel buio qui e là spuntavano finestre eteree, come tanti specchi appesi nel nulla che davano l'immagine di qualche esistenza chissà dove. dopo un po' di noiosa esplorazione in questa eternità di "aldilà degli specchi" si fermò di fronte ad uno che gli pareva portare un'immagine familiare. era la sua camera da letto, da un'angolazione mai vista, o per meglio dire, l'anglazione era familiare, ma di solito c'era lui di fronte a quell'immagine ogni volta. era la finestra sulla sua camera da letto. ad un tratto due bambini correndo si buttarono sul suo letto, facendo un gran casino, non capiva se giocavano e se stessero litigando. giocavano, sembravano due leoncini che imparavano a lottare. un R. decisamente più vecchio entrò in camera rimproverandoli. uscirono dalla camera e non si vide più nulla. solo un letto stropicciato e vuoto. R. rimase del tempo, se di tempo possiamo parlare, in quel luogo, e se veramente eiste un luogo dove R. fosse contenuto. guardava nella finestra eterea che dava alla sua camera, chissà in quale momento e chissà in quale universo parallelo. una ragazza, passa di fronte allo specchio, comincia a spogliarsi, poi apre l'armadio e prova una serie di vestiti. entra un uomo, sorridono scherzano, e poi finiscono per fare l'amore. ad un tratto si spegne la luce. il buio, anche se qualche linea indistinta dallo specchio si vede ancora, niente di significativo, il bordo dei mobili, qualche spiraglio di luce dalla finestra, e poi anche se non lo sente realmente, avverte lo strusciare delle lenzuola con qualche delicato gemito. la luce si riaccende, e R. trova i due a letto, comincia a urlare, i due nel letto cercano di spiegare, ma la scena è imbarazzante, per un attimo l'R. spettatore si vergogna dello spettacolo a cui sta assistendo, eppure, dimenticando che quella finestra non è tv, e non è cinema, e non è un video su youtube, e non è un cortometraggio di qualche amico, non prova alcun trasporto per la vicenda, perchè quella storia non esiste, o se esiste esiste in un mondo che non gli appartiene, oppure esisterà nel suo mondo, oppure, è esistita quando lui era ignaro di esistere in ogni altro mondo parallelo.
mercoledì 15 luglio 2009
La storia di leonetto e del tronchetto
Leonetto era un commerciante di piante e fiori, un commerciante equo ed amorevole con le sue merci. Disponeva sugli scaffali della sua bottega ogni tipo di pianta e fiore del mondo, aveva gli iris del mar nero, le begonie antartiche, gladioli giapponesi, gerani marini, ogni tipo di margherita, ne aveva una varietà che cresceva tra i muschi e il licheni della tundra siberiana, grandi come un granello di sabbia. Formavano dei piccoli cieli stellati nel verde dei manti muschiosi. Leonetto viveva in pace coi suoi fiori e le sue piante. L'orgoglio della sua vita era un tronchetto della felicità. Munito di fronde possenti e verdi e puntute. Un fusto robusto e sano, due braccia e due gambe nodose e lente, che muoveva lentamente, al ritmo di stagioni millenarie. Gli occhi del tronchetto erano piegati ai lati, come quelli di un vecchio saggio pieno di sapere, la sua bocca un'ulcera nella corteccia che sbavava di tanto in tanto una bavetta resinosa. Un vecchio albero, che Leonetto aveva ormai adottato come mentore, gli chiedeva consigli, gli porgeva domande, gli recava doni. Un giorno uno squalo pieno di denti e pieno di denaro entrò nel negozio con tante intenzioni clamorose. Chiese subito a Leonetto quanto costasse quel meravglioso alberello. Leonetto secco e deciso ammise che quel tronchetto non era in vendita. L'uomo pieno di sorrisi e di banconote diede subito in escandescenze: come era mai possibile che esistesse una cosa che il suo molto, molto, moltissimo, troppo, tracotante, esuberante portafoglio pieno di denaro non potesse acquistare? Leonetto con fare gentile e deliziosamente pacato fece capire al ricco avventore che il denaro non può acquistare ciò che non è in vendita. Il ricco squaloide fece un inchino di disgusto e indietreggiando senza mai dare le spalle a Leonetto andò via, giurando che sarebbe tornato, per vedere se Leonetto cambiasse idea. Passarono due stagioni. Il tronchetto continuava a crescere e a vivere rigoglioso sotto le attenzioni del buon Leonetto che amorevole continuava ad accudirlo come un figlio. Molta gente però non comprava più piante, e così arrivò a fine anno con le tasche vuote e peggio ancora con la pancia vuota. Una mattina di novembre, mentre la neve cadeva copiosa nel suo giardino, lo squalotto rampante gli fece di nuovo visita, stavolta aveva un bel paio di occhiali da sole, e una pinna nuova, d'oro massiccio. Stavolta il pescecane finanziario si offrì di pagare tanto oro quanto pesava la pianta, e il tronchetto di Leonetto era ben pesante, aveva un fusto che da solo pesava più di Leonetto stesso. Anche se era metereopatico e aveva la cassa e la pancia vuota, Leonetto decise di non dare via il suo tronchetto adorato, poiché ribadì, ciò che non è in vendita non lo si può comprare. Passarono due anni. La serra di Leonetto che una volta era rigogliosa e conosciuta era ormai non più che una bettola in rovina con uno spaccio di semi per ortaggi e poche piantine di insalata. Niente più fiori, niente più rami germoglianti di gemme strabilianti e colorate, niente più arbusti odorosi dove tripudi di insetti ronzavano ad ali spiegate per impollinare qui e lì come uomini liberi il sabato sera. L'unica cosa che rimaneva rigogliosa e bellissima, e l'unica alla quale non smetteva di recare delle attenzioni più che particolari era sempre, manco a dirlo, il suo tronchetto meraviglioso. Proprio in quel giorno di febbraio, quando erano giorni che non si vedeva un cliente, lo squaloide perfido e smaliziato fece il suo ingresso per la terza volta. Il suo sorriso, sempre lo stesso, il suo portafogli sempre più gonfio e la sua pinna sempre più lucente di oro e gioielli incastonati. Mostrò tutti i suoi denti il pescecane e sibilando con una nuova tecnica infuse il dubbio della morte precoce per lui e per il suo tronchetto, al povero Leonetto. Se fosse morto di stenti e patimenti, chi avrebbe pensato a curare quel bell'esemplare di pianta. Unico, inimitabile, antropomorfo tronchetto della felicità? Gli propose, in cambio della pianta tanto agognata, di ricoprirlo d'oro, di denaro e di proprietà. Grazie a quell'affare avrebbe potuto vivere come un imperatore per il resto della sua vita. Leonetto, con gli occhi e il cuore pieni di gelo, la fame nella pancia e le ginocchia spezzate dalla vecchiaia, ebbe un attimo di titubanza: “se muoio, e questo avverrà di sicuro, il mio adorato tronchetto perirà subito dopo di me, e io non potrò più aiutarlo.” si avvicinò al tronchetto che per empatia aveva assunto una forma triste e curva su se stesso, e gli disse: “tu sei destinato a divenire una pianta millenaria, e del tuo destino saranno responsabili certamente moltitudini di uomini, e per normale corso delle cose, gli uomini saranno i più diversi e i più disparati. Quindi chi ti vuole con tanto ardore, vuoi per un avido capriccio, o per una passione infinita, forse ti merita quando il tramonto della mia vita sta per verificarsi.”
A queste parole Il tronchetto abbassò le fronde in segno di rispetto e riconoscenza. Leonetto acconsentì alla trattativa, e decise di passare in tranquillità i suoi giorni, coperto di ricchezze.
Qualche giorno dopo la compravendita, Leonetto era nella sua casa, tutta nuova e ristrutturata, con un giardino ampio, dove però era sempre presente un vuoto incolmabile. Passava delle giornate felici, sempre indaffarato a curare ogni tipo di pianta che teneva nel suo eden personale, e anche la sua salute migliorò, non più costretto a stare tutto il giorno in una serra piena di spifferi pericolosi per la sua artrite. Dopo qualche mese, il vuoto che il tronchetto aveva lasciato nella sua vita e nel suo giardino andava sempre più affievolendosi, rimanendo però forte in lui, un grande senso di riconoscenza verso quella pianta che col suo silenzio gli aveva insegnato più di qualsiasi altro maestro. Decise perciò mosso da una più pacata nostalgia di contattare lo straricco squaloide per sapere se poteva vedere il suo bel tronchetto. Al telefono lo squaloide si presentò altamente affabile e comprensivo, e acconsentì con gioia l'incontro. Anche se inizialmente diffidente, Leonetto, aveva forse mal giudicato quell'uomo, solo per il suo aspetto pretenzioso e pieno di sé.
La casa del signor squalo era la meraviglia delle meraviglie. Una tenuta che racchiudeva in essa ogni stile architettonico, un giardino con mille statue d'ogni corrente artistica, e una serra con la più grande varietà di piante fiori e specie della flora conosciute e sconosciute. Di passione dunque si rivestiva il suo morboso interesse e non di avidità. Al centro della serra, che era una magnifica cupola di vetro, su una collinetta spiccava in tutto il suo rigoglioso splendore il tronchetto. Lo squaloide invitò Leonetto ad avvicinarsi per ammirarlo meglio, ma Leonetto, mosso da una sorta di pudore e una strana morsa agli arti che avrebbe col senno di poi definito una sottile invidia, rifiutò di avvicinarsi troppo alla pianta. Come un innamorato che ha lasciato il suo amore, e poi lo vede felice nelle braccia di un altro, Leonetto soffriva maledettamente. Tornato alla sua casa bellissima, si inginocchiò tra le begonie siberiane e cominciò a piangere di un pianto astioso e incontrollabile. Avrebbe forse preferito che la sua pianta adorata, il suo mentore clorofilliano destinato a durare mille anni, nelle grinfie deliziose della ricchezza di uno squalo avesse preferito avvizzire, più che crescere rigogliosamente e sempiterno?
La begonia lo avvolse, le sue spire lo cinsero per tutto il corpo e Leonetto passò una notte intera nel suo abbraccio. La mattina seguente si svegliò, e la sua pelle divenne più elastica, più verde, e più giovane. Prese l'abitudine di dormire con le sue adorate piante ogni notte, per far appassire il dolore che come un'erba maligna era germogliata nella sua anima, tornando così più giovane e più elastico. Leonetto era un tutt'uno con il regno vegetale. Era fauna e flora allo stesso istante, e si rese conto che dalle sue mani iniziavano a nascere dei piccoli germogli. Piccoli germogli dietro le orecchie, e tra i capelli, e sotto i piedi, delle escrescenze cercavano di insinuarsi nel terreno. Ogni mattina al risveglio era sempre più difficile cercare di estirparsi dalla terra. Ogni giorno gli era difficile comprendere quanto tempo fosse trascorso tra un assopimento e il suo risveglio.
Decise così di recarsi di nuovo a casa dello squaloide, ma dopo tanto tempo che lui ringiovaniva, il mondo intorno a se era cambiato, era andato avanti, di molti e molti anni, e quando si trovò a bussare al cancello della tenuta del ricco pinnato trovò un cancello arrugginito pieno di buchi e in evidente stato di abbandono. Come tutto il resto d'altronde, abbandonato, spoglio, avvizzito, cadente. La cupola magnifica della serra era ormai un recinto di vetro senza più un tetto, e a ridosso della collinetta del suo adorato tronchetto v'era ormai un ceppo secco senza fogliame. Leonetto pianse lacrime verdi di tristezza, si abbracciò poi al tronco e lì si addormentò. Al suo risveglio si accorse che le sue mani erano completamente ramificate attorno al ceppo secco, e i suoi piedi avevano affondato le radici così in profondità che gli era praticamente impossibile tentare di estirparle. Una pioggia sottile gli scivolò giù tra le fronde che aveva in testa, e goccia a goccia, beveva l'acqua che scendeva dal cielo. Leonetto dopo la pioggierella fine si riaddormentò. Al suo risveglio notò che dal tronco secco, che ormai era appendice del suo corpo e viceversa, germogliavano delle piccole gemme verdi, e alcuni ciuffi di foglie facevano capolino dai nodi rinseccoliti. Gli insetti nidificavano su di lui, e gli uccelli si posavano festosi al cantar della primavera. Il sole lo cuoceva benevolo, mentre la pioggia leniva ogni suo pensiero negativo. Leonetto dormiva, e ogni sonno in cui cadeva era un sonno sempre più profondo e lungo. Talvolta tra un sonno e un risveglio passavano decenni, finché un giorno Leonetto decise di non risvegliarsi mai più.
lunedì 18 maggio 2009
la cozza d'oro di paolo mitili
paolo mitili era un allevatore di cozze. con lui la natura fu generosa, la sua araldica no. certo, non poteva sapere che nella sua vita poi paolo avesse fatto l'allevatore dei suoi omonimi molluschi, ma le cose nella vita sono certe come le maiuscole in questa storia. il padre lo voleva in marina, lo voleva milite, il milite mitili, un gioco di parole così raffinato che gli sarebbe piaciuto mettere in bacheca con le foto del nonno partigiano. la madre avrebbe voluto che divenisse un medico, il dottor mitili, che ad un livello squisitamente sonoro non era particolarmente allettante, ma in quanto a soddisfazione bhè... nel paese tutti avrebbero detto: "quello è il dottore mitili, il figlio della cozza!"
in ogni modo, a paolo fregava poco e niente di quello che gli altri avrebbero voluto che lui facesse della sua vita, per un po' aveva scimmiottato i militari, ma... con pessimi risultati, e poi di fare il dottore non se ne parlava. una sera mentre era a pesca con gli amici, si infilò un amo nel polpaccio, e la vista del sangue lo fece svenire. figuriamoci un dottore che sveniva alla vista del sangue! paolo voleva fare l'allevatore di cozze! era semplice, si sceglieva un'acqua pura e incontaminata, si costruiva una struttura di legno, e calando una fune si potevano avere risultati meravigliosi! così fece e divenne un allevatore coi fiocchi!
un giorno paolo tirando su la solita fune con il grappolo di cozze attaccate ne notò una diversa dalle altre, era tutta d'oro! "una cozza d'oro" disse. accorsero giuvanni e mauretto, i due colleghi di avventure mitilari di paolo. la guardarono un po', la esaminarono. giuvanni disse: "prenniemola e aprimmola! mica dendro ge sdarà na cozza d'oro!"
mauretto lo contraddisse: "uè, ma te la vuoi subito ammazzare! ma sei proprio il solito pirla! cuociamola, mangiamola e poi andiamo a fighe! magari è afrodisiaca."
paolo mentre vedeva i due forsennati discutere per la cozza dorata, che tanto gli piaceva, la proteggeva con la mano e non aveva nessuna intenzione di staccarla dal grappolo. "questa è la regina, la madama di tutte le cozze, non la possiamo maltrattare!" disse mentre ricalava la fune in mare. "e non voglio più sentire discussioni! la cozza d'oro è nata in mare, e in mare resterà!"
la notte successiva paolo visse un sogno agitato, dove miriadi di cozze schizzavano nell'aqua a velocità esorbitanti, con scie di mille bolle tempestose. paolo era sul fondale marino e in alto, vicino al pelo dell'acqua vedeva un cielo stellato di cozze che come alici sperdute creavano coreografie, fino a formare un'enorme bocca che gli disse: "paolo! sei stato coraggioso e buono a salvare la nostra regina dalle grinfie di quei due bestioni!"
paolo rispose pronto: "non sono cattivi, sono solo un po' impulsivi..."
"ed è proprio per la tua lungimiranza che noi ti premieremo. esprimi un desiderio paolo, e quel desiderio si avvererà!"
paolo, che stava con i debiti fino al collo, chiese di trovare sotto il materasso dieci milioni di euro. era per estinguere i debiti e starsene tranquillo vita natural durante!
le cozze appena udirono il desiderio di paolo dissero all'unisono: "paolo, siamo cozze mica semidei! trova un desiderio più fattibile."
paolo contrariato emise due bolle di stupore, poi si concentrò, e decise che se non sarebbe stato ricco, almeno avrebbe preso le cozze sul lato romantico, ed espresse il desiderio di incontrare una ragazza bella e intelligente (e magari ricca) che si innamorasse di lui al primo sguardo.
le cozze appena paolo pensò la romanticheria lo fermarono immediatamente: "siamo delle cozze! non siamo mica un agenzia matrimoniale, e poi tu sei un modesto allevatore di cozze, e devi esprimere un desiderio modesto."
paolo era terrorizzato e pure un po' contrariato dal "modesto" detto come se avessero voluto dire "mediocre", se avesse espresso un desiderio da quattro soldi le cozze lo avrebbero esaudito e lui avrebbe perso una grande occasione, quindi continuò a tenersi alto, paolo pensò fortemente ad un peschereccio nuovo, ricco non sarebbe diventato, non avrebbe trovato la donna della sua vita, ma almeno si sarebbe risparmiato la manutenzione e tutti quei problemi col motore sarebbero diventati un ricordo.
le cozze lo fermarono prima che potesse esprimere il desiderio dicendo: "tu ci allevi per poi farci mangiare su tante tavole di tanti prestigiosi ristoranti, ma noi in fin dei conti andiamo a morire, per coerenza, potermmo mai noi fornirti un mezzo migliore per agevolare il tuo lavoro? ti stiamo dando un'opportunità che tu stai......
paolo si svegliò, chiamò i suoi amici e gli disse che quella sera li avrebbe stupiti.
preparò una teglia mostruosa di spaghetti con le cozze e per guarnizione, vicino al rametto di prezzemolo in cima alla meravigliosa fumante e succulenta collinetta di pasta c'era una cozza tutta d'oro!
buon appetito, e se volete trovare una morale a questa favola prima fatevi un piatto di pasta!
RK's Natural Dementia
in ogni modo, a paolo fregava poco e niente di quello che gli altri avrebbero voluto che lui facesse della sua vita, per un po' aveva scimmiottato i militari, ma... con pessimi risultati, e poi di fare il dottore non se ne parlava. una sera mentre era a pesca con gli amici, si infilò un amo nel polpaccio, e la vista del sangue lo fece svenire. figuriamoci un dottore che sveniva alla vista del sangue! paolo voleva fare l'allevatore di cozze! era semplice, si sceglieva un'acqua pura e incontaminata, si costruiva una struttura di legno, e calando una fune si potevano avere risultati meravigliosi! così fece e divenne un allevatore coi fiocchi!
un giorno paolo tirando su la solita fune con il grappolo di cozze attaccate ne notò una diversa dalle altre, era tutta d'oro! "una cozza d'oro" disse. accorsero giuvanni e mauretto, i due colleghi di avventure mitilari di paolo. la guardarono un po', la esaminarono. giuvanni disse: "prenniemola e aprimmola! mica dendro ge sdarà na cozza d'oro!"
mauretto lo contraddisse: "uè, ma te la vuoi subito ammazzare! ma sei proprio il solito pirla! cuociamola, mangiamola e poi andiamo a fighe! magari è afrodisiaca."
paolo mentre vedeva i due forsennati discutere per la cozza dorata, che tanto gli piaceva, la proteggeva con la mano e non aveva nessuna intenzione di staccarla dal grappolo. "questa è la regina, la madama di tutte le cozze, non la possiamo maltrattare!" disse mentre ricalava la fune in mare. "e non voglio più sentire discussioni! la cozza d'oro è nata in mare, e in mare resterà!"
la notte successiva paolo visse un sogno agitato, dove miriadi di cozze schizzavano nell'aqua a velocità esorbitanti, con scie di mille bolle tempestose. paolo era sul fondale marino e in alto, vicino al pelo dell'acqua vedeva un cielo stellato di cozze che come alici sperdute creavano coreografie, fino a formare un'enorme bocca che gli disse: "paolo! sei stato coraggioso e buono a salvare la nostra regina dalle grinfie di quei due bestioni!"
paolo rispose pronto: "non sono cattivi, sono solo un po' impulsivi..."
"ed è proprio per la tua lungimiranza che noi ti premieremo. esprimi un desiderio paolo, e quel desiderio si avvererà!"
paolo, che stava con i debiti fino al collo, chiese di trovare sotto il materasso dieci milioni di euro. era per estinguere i debiti e starsene tranquillo vita natural durante!
le cozze appena udirono il desiderio di paolo dissero all'unisono: "paolo, siamo cozze mica semidei! trova un desiderio più fattibile."
paolo contrariato emise due bolle di stupore, poi si concentrò, e decise che se non sarebbe stato ricco, almeno avrebbe preso le cozze sul lato romantico, ed espresse il desiderio di incontrare una ragazza bella e intelligente (e magari ricca) che si innamorasse di lui al primo sguardo.
le cozze appena paolo pensò la romanticheria lo fermarono immediatamente: "siamo delle cozze! non siamo mica un agenzia matrimoniale, e poi tu sei un modesto allevatore di cozze, e devi esprimere un desiderio modesto."
paolo era terrorizzato e pure un po' contrariato dal "modesto" detto come se avessero voluto dire "mediocre", se avesse espresso un desiderio da quattro soldi le cozze lo avrebbero esaudito e lui avrebbe perso una grande occasione, quindi continuò a tenersi alto, paolo pensò fortemente ad un peschereccio nuovo, ricco non sarebbe diventato, non avrebbe trovato la donna della sua vita, ma almeno si sarebbe risparmiato la manutenzione e tutti quei problemi col motore sarebbero diventati un ricordo.
le cozze lo fermarono prima che potesse esprimere il desiderio dicendo: "tu ci allevi per poi farci mangiare su tante tavole di tanti prestigiosi ristoranti, ma noi in fin dei conti andiamo a morire, per coerenza, potermmo mai noi fornirti un mezzo migliore per agevolare il tuo lavoro? ti stiamo dando un'opportunità che tu stai......
paolo si svegliò, chiamò i suoi amici e gli disse che quella sera li avrebbe stupiti.
preparò una teglia mostruosa di spaghetti con le cozze e per guarnizione, vicino al rametto di prezzemolo in cima alla meravigliosa fumante e succulenta collinetta di pasta c'era una cozza tutta d'oro!
buon appetito, e se volete trovare una morale a questa favola prima fatevi un piatto di pasta!
RK's Natural Dementia
mercoledì 8 aprile 2009
apocalipse wow - storia senza maiuscole -
era ormai certo che l'inverno fosse passato.
le paperelle starnazzavano gentili nello stagno e le coppie dolci e morbidose si scambiavano zuccherosi bacetti appiccicaticci.
era un giorno di quasi primavera, quando tutto questo finì.
il mondo finì! proprio menre tuti erano allegri spensierati e pieni di zucchero.
gli unici che non ne risentirono furono i diabetici, con tutto quello zucchero a velo nell'aria parevano dei bomboloni infartati.
finì il mondo come lo conosciamo noi, venne per così dire l'apocalisse. i fiumi divennero di lava, la terrà tremò... ah se tremò, e la pioggia venne sostituita da una gragnuola di sassi puntuti.
i saccenti cominciarono subito a mettere i puntini sulle "i". gli intellettuali cominciarono a studiare il fenomeno, e una gran massa di gente cominciò ad allarmarsi. la gente "normale" cominciava ad aiutare gli altri, e tutti si davano una mano. un uomo aiutava una vecchietta che era incastrata sotto un semaforo che era crollato. il semaforo era rimasto rosso, in senso di tragedia. una donna cercava di spiegare ad uno sciacallo che se anche rubava un televisore dal negozio deserto, da quel momento in poi non ci sarebbero state più trasmissioni. era la fine del mondo!
altri in preda al panico pregavano. altri in preda alla pazzia bestemmiavano. c'era un prete che assolveva di quà e di là, e poi bestemmiava come un vecchio da bar.
i vecchi, guardavano. molti di loro pensavano che tanto ormai...
i giovani guardavano i vecchi e li usavano per attraversare i solchi nelle strade. ci riempivano i buchi. la terra era diventata una massa incandescente di fiumi di lava, piogge di sassi, l'abbiamo già detto, ma i serpenti che uscivano dai tombini? i muri che si sgretolavano ai venti? venti che arrivavano anche a trecento chilometri orari. un filippino si trovò a machu pichu senza potersi neanche chiedere "ma che cazz....". una suora bengalese, si ritrovò in groppa ad un orso polare, che ignaro di tutto il casino che succedeva sul globo, la scambiò per un pinguino e la scaraventò lontanissimo. un signore che stava giocando a tennis si ritrovò sul tetto di un grattacielo a contemplare lo spettacolo: una massa informe di magma che seppelliva tutto. tutto si stava sciogliendo. e proprio il giocatore di tennis sul grattacielo, che era uno degli ultimi superstiti, in preda ad una follia megalomane nel sentirsi l'ultimo uomo sulla terra, guardò in cielo, una bella pietra stava per cadergli in fronte, si preparò con stile, piegò le ginocchia, inarcò la schiena un po' all'indietro, impugnatura a martello, e fece partire uno smash da roland garros.. una roba che panatta sarebbe sbiancato! dopo il colpo della sua "vittoria" lanciò la racchetta dal grattacielo, e urlò al mondo intero: "QUINDICI ZERO!" e cominciò ad esultare, saltava, urlava, e in un battibaleno, un fulmine cadde proprio sul grattacielo.
La vita è triste... ma a volte è proprio stronza!
Rk
Natural Apocalipse
le paperelle starnazzavano gentili nello stagno e le coppie dolci e morbidose si scambiavano zuccherosi bacetti appiccicaticci.
era un giorno di quasi primavera, quando tutto questo finì.
il mondo finì! proprio menre tuti erano allegri spensierati e pieni di zucchero.
gli unici che non ne risentirono furono i diabetici, con tutto quello zucchero a velo nell'aria parevano dei bomboloni infartati.
finì il mondo come lo conosciamo noi, venne per così dire l'apocalisse. i fiumi divennero di lava, la terrà tremò... ah se tremò, e la pioggia venne sostituita da una gragnuola di sassi puntuti.
i saccenti cominciarono subito a mettere i puntini sulle "i". gli intellettuali cominciarono a studiare il fenomeno, e una gran massa di gente cominciò ad allarmarsi. la gente "normale" cominciava ad aiutare gli altri, e tutti si davano una mano. un uomo aiutava una vecchietta che era incastrata sotto un semaforo che era crollato. il semaforo era rimasto rosso, in senso di tragedia. una donna cercava di spiegare ad uno sciacallo che se anche rubava un televisore dal negozio deserto, da quel momento in poi non ci sarebbero state più trasmissioni. era la fine del mondo!
altri in preda al panico pregavano. altri in preda alla pazzia bestemmiavano. c'era un prete che assolveva di quà e di là, e poi bestemmiava come un vecchio da bar.
i vecchi, guardavano. molti di loro pensavano che tanto ormai...
i giovani guardavano i vecchi e li usavano per attraversare i solchi nelle strade. ci riempivano i buchi. la terra era diventata una massa incandescente di fiumi di lava, piogge di sassi, l'abbiamo già detto, ma i serpenti che uscivano dai tombini? i muri che si sgretolavano ai venti? venti che arrivavano anche a trecento chilometri orari. un filippino si trovò a machu pichu senza potersi neanche chiedere "ma che cazz....". una suora bengalese, si ritrovò in groppa ad un orso polare, che ignaro di tutto il casino che succedeva sul globo, la scambiò per un pinguino e la scaraventò lontanissimo. un signore che stava giocando a tennis si ritrovò sul tetto di un grattacielo a contemplare lo spettacolo: una massa informe di magma che seppelliva tutto. tutto si stava sciogliendo. e proprio il giocatore di tennis sul grattacielo, che era uno degli ultimi superstiti, in preda ad una follia megalomane nel sentirsi l'ultimo uomo sulla terra, guardò in cielo, una bella pietra stava per cadergli in fronte, si preparò con stile, piegò le ginocchia, inarcò la schiena un po' all'indietro, impugnatura a martello, e fece partire uno smash da roland garros.. una roba che panatta sarebbe sbiancato! dopo il colpo della sua "vittoria" lanciò la racchetta dal grattacielo, e urlò al mondo intero: "QUINDICI ZERO!" e cominciò ad esultare, saltava, urlava, e in un battibaleno, un fulmine cadde proprio sul grattacielo.
La vita è triste... ma a volte è proprio stronza!
Rk
Natural Apocalipse
martedì 7 aprile 2009
disgusto
ho mangiato pollo...
ora in bocca ho un sapore strano
come antibiotico...
come quelle fiale per ricostituire la flora batterica
come quei sapori disgustosi di medicina...
addio pollo
addio...
ora in bocca ho un sapore strano
come antibiotico...
come quelle fiale per ricostituire la flora batterica
come quei sapori disgustosi di medicina...
addio pollo
addio...
gran confusione
ero solo sulla porta e una civetta mi fissava due occhi grandi e rotondi che giravano come la ventola impazzita di un pc surriscaldato che facevano vorticare i miei pensieri pensavo a girandole a mulini a traffico strade vino luci voci di amici un'impresa andata a male la sorpesa e la delusione la vittoria e il pareggio l'amore gli amici e la notte tetra il giorno caldo i vestiti superflui la storia la grammatica la geografia come se non fossimo tutti figli e schiavi di dialetti maturati nei giorni dell'esistenza un corvo gracchia alla mia porta una luce scalda la finestra mentre lui scopriva le leggi del mondo lui stupito lui solo lui vinto lui vittorioso non vedi come sono incolonnati i miei scritti prova tu a scrivere pagine di immondizia provaci e poi reggerò il confronto non leggi mai queste righe peggio per te l'italiano è una convenzione!
SOLO UNA STRAMALEDETTA CONVENZIONE!
puristi vaffanculo!
Natural Dementia
SOLO UNA STRAMALEDETTA CONVENZIONE!
puristi vaffanculo!
Natural Dementia
Iscriviti a:
Post (Atom)