domenica 22 aprile 2007

Elogio all'amicizia

Si torna a Roma, si scazza subito con padre e madre, dopo un viaggio meraviglioso, che non mancherò di inserire sottoforma di diario proprio qui! Ma una costante che si ripete, si aggiorna e migliora sempre di più... Gli amici!

Quel senso di comprensione e protezione, di affidabilità e partecipazione... sono il sale giusto per una vita insipida.

Esempio; VENERDI' 20 APRILE: Si parte alle 18:30 per arrivare a S.Lorenzo per aperitivo, Raccolti Gioffo e Giulio velocemente arriviamo a S.Lollo. Aspettiamo Sobbi e Ciaccina... Buffet saccheggiato con rimbocco del piatto eseguito ben 3 volte, sempre tornando con il piatto STRACOLMO! Due bocce di vino divino... (ho sempre sognato di fare questa assonanza). Si esce dal "locale da paura che con solo 7 euro abbiamo magnato e bevuto una cifra" e ci si dirige a Colosseo, un luogo per amanti avventurosi e sprezzanti delle macchinette fotografiche dei cinesi, il "boudoire" (chissà se si scrive così, io e il francese... mah!!!) di Sobbi... che donna!!! Terrazzo, vino eccellente, vista colosseo, che dopo un po' di cazzeggio mi fa sentire tanto orgoglioso di essere romano... Compagnia perfetta, risate, una cifra di risate.
Ritorno a Roma Sud, raccolta di abbeveraggi vari, racchiusi in casa Pansironi ancora dalla laurea del dottor Marinelli e subito dopo tappa al peano a giocare a pallone anche con Fra e Simon! Infine doppietta devastante con Giulio, finiamo una boccia enorme di limoncello... che ci rende due vegetali...

Detto questo chiudo le trasmissioni...

domenica 1 aprile 2007

Rk chiude le trasmissioni per un po'

Primo post di aprile.
Un po' tardi. Fra 10 ore sarò da Alice per andare a Fiumicino. Lì ci incontreremo con Giulio, Giorgio, Silvia e Flavia.
E' solo l'inizio. Ancora la valigia da fare, non superare i 20 Kg di ingombro, bagaglio a mano leggero. Inmancabile la telecamera! Il proposito è quello di GIRARE GIRARE GIRARE!!!
Cerco di imparare qualche canzone di Vasco, ma non mi entrano in testa.
Venerdì sono stato licenziato.
Probabilmente "lei" non mi sta pensando... e questo è duro da mandar giù.
Devo trovare un modo per portare i Genesis in viaggio con me. Forse riuscirò a superare l'impiccio del lettore Mp3 senza cavetto USB... forse no.
Nuvole all'orizzonte, ho paura di portare in viaggio pure il bagaglio nero di questi giorni, per lasciarlo a Praga però.
Penso a Moz, Laura e Chiara.
Rileggo alcuni post passati e vedo quante maschere si tolgono col passar del tempo. Quanti stati d'animo che poi come sempre e come tutto... finiscono. Che non siano mai cominciati? Che siano un parto dell'immaginazione? Come sempre troppe domande con poche risposte, ma in un commento da qualche parte sta scritto che la vera intelligenza sta nel farsi domande non nel darsi risposte. Quali sono le vostre domande senza risposta? (Un po' marzulliana come domanda...)Quali sono gli interrogativi che vi ponete? Sempre domande...
"Play me my song..."
"Thinking of you..."
Rk chiude le trasmissioni per un po'!
Viaggio, sorrido e penso ai mille possibili risvolti della vita. Inaspettatamente stronza e bellissima.

martedì 27 marzo 2007

Dialogo tra un artista e la sua musa

Era distesa su un fianco. Come un lungo intervallo in uno spettacolo di luci, come una pausa interminabile tra le note di una sinfonia, stavo ad ascoltare il suo respiro tiepido e leggero. Erano le nove e mezzo del mattino e l’aria era ancora fresca. Sotto le lenzuola era semplicemente lei, senza nessun indumento. Castamente coperta, era l’immagine dolce e gentile che amavo di più. Piano il sole cominciava ad intiepidire la stanza, piccola, senza molti mobili, solo il letto un piccolo comodino ed uno specchio accanto all’armadio. Io ero seduto in terra con le spalle al muro, e lei dormiva ancora. Mi ero sfilato dal letto lentamente producendo solo un leggero fruscio nelle lenzuola. Indossavo ciò avevo lasciato la sera prima sull’anta del armadio socchiusa, una tuta, che adoperavo solo nelle giornate casalinghe, come quella domenica che mi aspettavo lenta e soleggiata. Mi piaceva guardarla mentre ancora i suoi pensieri erano chissà dove. Volava, il suo inconscio, nei sogni meravigliosi e terrificanti del pre-risveglio. Le campane suonavano.
Lei si mosse, dolcemente, mi vide e con un naturale gesto di femminile pudore tirò leggermente le lenzuola poco più su del seno, per coprirlo. Era uno spettacolo magnifico il risveglio. Mi affascinava. Avevo passato mattine intere ad aspettare che lei tornasse dal mondo in cui soleva giacere più di me.
“Da quanto sei lì a guardarmi?”
“Qualche minuto.” Le risposi sorridendo.
“Che ore sono?”
“Sono quasi le dieci.”
Si scosò i capelli biondi con un gensto impercettibile. Frusciò ancora sotto le lenzuola, pelle di seta sul cotone. Il suo pallore lunare la poneva fuori dal canone, il suo viso spigoloso la rendeva dura, ma i suoi gesti morbidi la sublimavano in qualcosa di meccanicamente perfetto. Naturalmente lei portava il suo corpo, come uno scultore conduce lo scalpello, come io gestivo il pennello. Alzò le braccia e sbadigliò sfacciatamente con la bocca spalancata. Aveva quella sfacciataggine innata che forse ho visto addosso solo ad alcuni francesi. Si stropicciò gli occhi e mi chiese cosa volevo fare.
"Resta così, appoggia la testa sul cuscino, stringiti nel lenzuolo, e resta così. Per sempre."
La dipinsi per tutto il giorno.
"Credi che tutto questo abbia un senso?" Mi chiese guardando assonnata fuori dalla finestra.
"Ovviamente. Tutto ha un senso."
"L'arte ha un senso?"
"L'arte è il senso!"
Era ormai alto da qualche ora il sole in cielo. Non è che amassi molto il giorno, era così accecante, e rumoroso, era riservato all’umanità, al lavoro, agli autobus. Sembrava che i veri vampiri, gli alienati, i posseduti dal demone fossero svegli di giorno e riposassero di notte. Il giorno era un continuo andirivieni di morti viventi in giacca e cravatta. Mi distaccavo dalla consuetudine, dalla socialità, e per questo ero considerato un diverso, un eccentrico. Mi sentivo incompreso, benché i critici di mezzo mondo elogiassero le mie tele. Tanti giudizi da far vomitare. Mi infastidiva il giudizio altrui, nemmeno io mi giudicavo, per paura di togliere un senso alla vita che conducevo, o ad illudermi che ne avesse uno. La gente contestava il mio modo di parlare. Soporifero, contorto e poco comprensibile. E chi voleva essere compreso? Che si addormentino pure, per me erano solo degli indegni. Erano retorici come piangere a un funerale. La retorica e la banalità vanno così di pari passo che a volte è difficile separale entrambe dalla persona alla quale sono attaccate. Mi avvicinai alla tela vergine. La prima pennellata era eccitante, era la prima carezza sulla guancia, e appena posavo il pennello sulla tela, i miei occhi prima della mano coloravano l’intorno, mi era dato solo di seguire quella scia invisibile. Beatrice dormiva nel suo letto, io di rado dormivo e se lo facevo amavo stendermi a terra e scomodarmi per risvegliarmi prima. Il sonno mi terrorizzava, temevo di vivere il vero nell’inconscio dei miei sogni e di rimanere immobilizzato, al risveglio constatando che la realtà, forse, era un’altra. Stetti molto tempo ad accarezzare la tela con un rosso spento, di sangue coagulato. Dipingevo la mia anima, dipingevo la mia rabbia la mia ossessione. Dipingevo il sogno. Unico mio intento era l’estraniazione. Fuori dalla finestra una giornata normale, coi suoi raggi di sole e le poche nuvole in cielo, poche macchine in giro e tanti passanti, rumori di città. Nella mia casa vivevo male, ero prigioniero delle mura affittate. Facevo in modo di non avere un tempo, uno spazio, facevo in modo di concepire le mie contraddizioni. Contraddirmi era ciò che mi stimolava di più, e quando nelle conferenze, nei dibattiti, nei miei scontri con la società del culturale, mi scontravo con critici che mi sbeffeggiavano esponendo ciò che avevo detto, o ciò che avevo dipinto, che entrava in continua contraddizione con quello che ero, e con quello che dimostravo. Il dimostrare, mi sembrava una banale impressione che gli altri avevano di me. Se si riuscisse ad astrarre l’arte dal dimostrativo, dall’intrattenimento, dalla comunicazione, allora l’arte sarebbe quello per cui è nata, semplicemente puro elemento fine a se stesso, figlia di se stessa. L’arte copula con se stessa per rigenerarsi.
"Hai finito?" Mi chiese con curiosità, con un certo sorriso malizioso e malinconico.
"Ho appena iniziato."

domenica 25 marzo 2007

Pioggia

L'altra notte ho sognato di baciarti, svegliandomi in un sussulto di vita.
Stasera ti ho vista allontanarti sotto una pioggia fitta.
Mentre tornavo a casa, in sella al mio fido destriero a quattroruote, ascoltavo un pezzo degli Stones ed ero incantato. Anche la pioggia, che mi rende orrendo, mi era simpatica. La strada scorreva lenta e domata, la musica si aggirava carezzevole e tagliente dentro di me. Lampi in lontananza mi riportavano alla realtà. Ed ero felice.
Un ultimo secondo prima di lasciarci, il tuo sorriso, e la mia debolezza, per non averti abbracciato sotto la pioggia, mentre i fari rossi e bianchi illuminavano i rivoli d'acqua che ci scorrevano ai piedi. Un ultimo sguardo malinconico ad un'altra occasione che ho lasciato sfumare. Nonostante ciò, sono ebbro di te, felice di averti incontrata per caso, inciampando in qualcosa che non avevo mai creduto.
Esco in balcone, la pioggia ancora batte, sempre più forte, sulla terra. La satura, la ricopre. E io rido, respirando l'aria fresca che ha portato nella mia testa, e mi sento un po' nuovo, un po' quello di una volta, sento come se avessi preso coscienza che esiste qualcosa che non può mai scindersi dalla mia vita. L'aria è fresca e piove ancora. L'aria è fresca, e penso a te.

Buonanotte...

giovedì 22 marzo 2007

Ma chiamarla tristezza è generico

Qualcosa mi spinge a chiuderrmi. Qualcosa di scuro e negativo, anche nei momenti più felici, io schivo la bellezza, e mi chiudo nel mio bozzolo nero.
Io la chiamo tristezza, ma non è così... è qualcosa di più profondo di più denso, qualcosa che come viscida colla si attacca alle tempie e mi offusca visione e pensieri.
Vorrei annegare in un mare caldo di liquido denso... Poter respirare sott'acqua e vivere in una città sommersa. Vorrei vedere gente muta che sa solo accarezzare.
Mi piacerebbe vivere in un bosco abitato solo da uomini felici. Andrei volentieri in un luogo dove non ci sono nè aerei ne palazzi. Quante notti ho sognato di perdere tutto e ritornare un pezzo della natura dal quale son stato estirpato.
Mi voglio liberare, da questa gabbia bellissima di inutilità che ho addosso... Libero, potessi schiudermi, potessi liberarmi. Eppure questo senso oppressivo di staticità mi ferma, mi accalca sul pavimento e mi inibisce dal prendere il volo. Vorrei solo amare visceralmente e senza complicazioni, vorrei un amore normale, naturale, fatto di sensazioni e di attenzioni. Eppure questo senso di repulsione verso l'usuale, il normale, mi fa trovare albergato in me un conflitto che non supererò mai fino a quando non capirò le divergenze della mia mente.
Preferirei subire una ferita, bruciante, scomoda, piuttosto che soffrire con l'anima.

giovedì 15 marzo 2007

L'amore

L'amore è una tenaglia,
l'amore è una morsa,
l'amore è una condanna.

L'amore è miele caldo,
l'amore è una cascata,
l'amore è un profumo colorato.

L'amore è una zampata,
l'amore è una coltellata,
l'amore è una lacrima.

L'amore è poesia,
l'amore è una carezza,
l'amore è un colpo al petto.

L'amore è spazzatura,
l'amore non è vero,
l'amore è sofferenza.

L'amore è un'accensione,
l'amore non si cerca,
l'amore non ci cerca.

L'amore è solo amore,
l'amore non è amore,
l'amore è un'illusione.