Striscio sotto la siepe
Della tolleranza.
Sono di questa città
L’ennesima istanza
Di abitante della necropoli
Metropolitana.
Eppure questa gabbia
Di negozi e di cemento non
Può fermarmi dell’alzare
Gli occhi al firmamento; e
Ricordarmi quando mi ero
Perso, che cittadino ero sì,
ma dell’universo.
E allora penso ai popoli,
alle classi ed alle guerre,
che innanzi a quell’immenso
sono livide lanterne a
spegnersi destinate.
Come può, un manipolo di
Microbi, poter interferire
Con l’eterno.
Mi guardo torno, torno,
sono incredulo e stupito.
Dal nulla abbiamo creato
Altro nulla, per aver sempre
Di meno.
Mentre fuori,
quell’eterno è eterno per davvero
sabato 21 luglio 2007
lunedì 16 luglio 2007
Rikk VS. Vita: 1 - 0
Stasera concertone di Franco Battiato...
Ottima compagnia, ottima gente trovata sul luogo!
Francone è sempre Francone...
Ad inizio concerto urlo potente un: DAJE FRANCO! che mi carica, comincio prima a cantare, poi a urlare a squarciagola le canzoni che DAVVERO SIGNIFICANO QUALCOSA PER ME! Le canto e mi sento vivo, mi sento descritto in parole e musica sublimi. Poi però non ho più voce, ma andare ad un concerto e ritrovarsi alla fine, ancora con la voce, non ha senso... perdere la voce ad un concerto è come tornare a casa col trofeo!
A metà serata, quando il buon Franco rispolvera le vecchie glorie, tutti indistintamente dal settore al quale erano assegnati, fanno una corsa verso il palco, e lì sotto, dove c'erano i posti a sedere per i"VIPS" si è riversata una folla di ragazzi assetati di note sparate per bene. Ovviamente io correvo sotto il palco con loro. E si saltò, e si rise, e si ballò e si cantò..
Il tutto ambientato nella località di Vulci, sotto un cielo di stelle meravigliose, una serata tersa, che mi ha fatto sentire vivo...
Musiche eccellenti, come al solito arrangiamenti impeccabili e tutta l'orchestra + una band rock + un addetto ai suoni digitali + le "the Mab" con le loro tre chitarre davvero ROCK!!! (Una di loro aveva una Gibson SG che ha fatto saltare i capelli ai vecchietti in prima fila!) + il pianista + l'immancabile Manlio Sgalambro che come al solito mi fa pensare... oltre a farmi fare due risate. Poi la presenza scenica di Franco Battiato, che conduce tutti con le sue evoluzioni e mimiche un po' scoordinate e anacronistiche, ma che costituiscono il fascino indiscutibile della sua eclettica persona.
I fantasmi di ieri si diradano, i momenti brutti si superano, grazie agli amici (come al solito), e grazie al fatto che stavolta, PER LA PRIMA VOLTA, non mi sono fatto fermare. Ho continuato a picchiare duro, fino a quando non HO VINTO IO!
grazie a tutti...
Ottima compagnia, ottima gente trovata sul luogo!
Francone è sempre Francone...
Ad inizio concerto urlo potente un: DAJE FRANCO! che mi carica, comincio prima a cantare, poi a urlare a squarciagola le canzoni che DAVVERO SIGNIFICANO QUALCOSA PER ME! Le canto e mi sento vivo, mi sento descritto in parole e musica sublimi. Poi però non ho più voce, ma andare ad un concerto e ritrovarsi alla fine, ancora con la voce, non ha senso... perdere la voce ad un concerto è come tornare a casa col trofeo!
A metà serata, quando il buon Franco rispolvera le vecchie glorie, tutti indistintamente dal settore al quale erano assegnati, fanno una corsa verso il palco, e lì sotto, dove c'erano i posti a sedere per i"VIPS" si è riversata una folla di ragazzi assetati di note sparate per bene. Ovviamente io correvo sotto il palco con loro. E si saltò, e si rise, e si ballò e si cantò..
Il tutto ambientato nella località di Vulci, sotto un cielo di stelle meravigliose, una serata tersa, che mi ha fatto sentire vivo...
Musiche eccellenti, come al solito arrangiamenti impeccabili e tutta l'orchestra + una band rock + un addetto ai suoni digitali + le "the Mab" con le loro tre chitarre davvero ROCK!!! (Una di loro aveva una Gibson SG che ha fatto saltare i capelli ai vecchietti in prima fila!) + il pianista + l'immancabile Manlio Sgalambro che come al solito mi fa pensare... oltre a farmi fare due risate. Poi la presenza scenica di Franco Battiato, che conduce tutti con le sue evoluzioni e mimiche un po' scoordinate e anacronistiche, ma che costituiscono il fascino indiscutibile della sua eclettica persona.
I fantasmi di ieri si diradano, i momenti brutti si superano, grazie agli amici (come al solito), e grazie al fatto che stavolta, PER LA PRIMA VOLTA, non mi sono fatto fermare. Ho continuato a picchiare duro, fino a quando non HO VINTO IO!
grazie a tutti...
lunedì 9 luglio 2007
- FONDAMENTI DEL BUDDHISMO ZEN -
È l'atto puro, l'azione diretta che lo Zen predilige, assieme a tutti quei modi di rapportarsi all'esperienza senza troppi vincoli culturali e dunque all'intuizione. Degna di nota è la particolare concezione del vuoto, che si distacca totalmente dal nichilismo occidentale. Se per l'Occidente infatti esso si presenta per lo più come morte, cessazione, mancanza, privazione e negazione, il "mu", l'indicibile nulla dello Zen, è qualcosa di estremamente dinamico, stato germinale di tutte le cose, condizione di ogni possibilità, contenitore del tutto. Uno dei modi di indicarlo è l'enso, un ideogramma dalla forma circolare che è tra i simboli più significativi dello Zen. Collegate a tale dottrina è possibile trovare numerose pratiche appartenenti a campi eterogenei. Origine e fondamento delle arti e della cultura, lo Zen ispirò la poesia (haiku), la cerimonia del tè (cha no yu o chadō), l'arte di disporre i fiori (ikebana), l'arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (Nō), l'arte culinaria (zen-ryōri, shojin ryōri, fucha ryōri) ed è alla base delle arti marziali (es. aikido, karate, judo), dell'arte della spada (kendo) e del tiro con l'arco (kyudo).
Obiettivo dello Zen è pervenire al satori, l'illuminazione che porta a un più alto livello di coscienza. Satori e vuoto sono due concetti complementari che si sostengono l'un l'altro, e proprio dalla concezione zen del vuoto è possibile capire la differenza tra il Nirvana della tradizione buddhista e il satori. Se il primo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, proprio come nell'ascetica noluntas di Arthur Schopenhauer, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo e non una fuga da esso.
Lo Zen preferisce l'attività alla speculazione intellettuale e si distingue dalle altre scuole buddhiste per aver reso essenziale e centrale la cosiddetta pratica nel raggiungimento del satori. Tra le pratiche zen si distingue in modo particolare lo zazen, la meditazione stando seduti. Il termine deriva da "za", seduto e "zen", meditare e indica proprio la meditazione da seduti, su un cuscino detto "zafu", accompagnata da determinate posizioni delle mani e determinati ritmi respiratori, con l'obiettivo di portare la mente a un vuoto produttivo. Un'altra pratica è il kin-hin (let. "marciare in linea retta nel verso della trama di un tessuto"), la meditazione camminando.
È l'atto puro, l'azione diretta che lo Zen predilige, assieme a tutti quei modi di rapportarsi all'esperienza senza troppi vincoli culturali e dunque all'intuizione. Degna di nota è la particolare concezione del vuoto, che si distacca totalmente dal nichilismo occidentale. Se per l'Occidente infatti esso si presenta per lo più come morte, cessazione, mancanza, privazione e negazione, il "mu", l'indicibile nulla dello Zen, è qualcosa di estremamente dinamico, stato germinale di tutte le cose, condizione di ogni possibilità, contenitore del tutto. Uno dei modi di indicarlo è l'enso, un ideogramma dalla forma circolare che è tra i simboli più significativi dello Zen. Collegate a tale dottrina è possibile trovare numerose pratiche appartenenti a campi eterogenei. Origine e fondamento delle arti e della cultura, lo Zen ispirò la poesia (haiku), la cerimonia del tè (cha no yu o chadō), l'arte di disporre i fiori (ikebana), l'arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (Nō), l'arte culinaria (zen-ryōri, shojin ryōri, fucha ryōri) ed è alla base delle arti marziali (es. aikido, karate, judo), dell'arte della spada (kendo) e del tiro con l'arco (kyudo).
Obiettivo dello Zen è pervenire al satori, l'illuminazione che porta a un più alto livello di coscienza. Satori e vuoto sono due concetti complementari che si sostengono l'un l'altro, e proprio dalla concezione zen del vuoto è possibile capire la differenza tra il Nirvana della tradizione buddhista e il satori. Se il primo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, proprio come nell'ascetica noluntas di Arthur Schopenhauer, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo e non una fuga da esso.
Lo Zen preferisce l'attività alla speculazione intellettuale e si distingue dalle altre scuole buddhiste per aver reso essenziale e centrale la cosiddetta pratica nel raggiungimento del satori. Tra le pratiche zen si distingue in modo particolare lo zazen, la meditazione stando seduti. Il termine deriva da "za", seduto e "zen", meditare e indica proprio la meditazione da seduti, su un cuscino detto "zafu", accompagnata da determinate posizioni delle mani e determinati ritmi respiratori, con l'obiettivo di portare la mente a un vuoto produttivo. Un'altra pratica è il kin-hin (let. "marciare in linea retta nel verso della trama di un tessuto"), la meditazione camminando.
lunedì 2 luglio 2007
Magie, destino e "quozi quozi"...
Ci sono momenti in cui le cose girano strane, pare che tutto vada storto, che come giri giri le situazioni sembrano sempre contorte e prive di soluzione...
Alla fine un altro punto di vista serve sempre.
E da questo capisco l'importanza di circondarsi di persone che pensino la vita in maniera diversa dalla nostra. Un altro punto di vista, non è mai da prendere sottogamba. Viene da un'altra vita vissuta, ed è importante.
Magari per alcuni (o molti) che leggono questa sembrerà un'ovvietà... ma per me è un grande traguardo, perchè fino a qualche tempo fa tendevo a scansare i punti di vista troppo distanti dal mio. E sbagliavo. Non coglievo quel sottile piacere nel coinvolgersi nei modi di pensare altrui, è un po' capire le vite altrui ed apprezzarle meglio.
Spero un giorno di poter capire molto di più... d'altronde lo scopo della mia vita è proprio "capire"...
Alla fine un altro punto di vista serve sempre.
E da questo capisco l'importanza di circondarsi di persone che pensino la vita in maniera diversa dalla nostra. Un altro punto di vista, non è mai da prendere sottogamba. Viene da un'altra vita vissuta, ed è importante.
Magari per alcuni (o molti) che leggono questa sembrerà un'ovvietà... ma per me è un grande traguardo, perchè fino a qualche tempo fa tendevo a scansare i punti di vista troppo distanti dal mio. E sbagliavo. Non coglievo quel sottile piacere nel coinvolgersi nei modi di pensare altrui, è un po' capire le vite altrui ed apprezzarle meglio.
Spero un giorno di poter capire molto di più... d'altronde lo scopo della mia vita è proprio "capire"...
martedì 26 giugno 2007
Io ti incontro e mi ricordo di te.
Chi sei tu?
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.
Come avrei potuto sapere che questa città
era fatta per il mio amore?
Come avrei potuto sapere che il tuo corpo si adatta al mio?
Tu mi piaci!
Che avvenimento.
Tu mi piaci!
Che languore all'improvviso, che dolcezza.
Tu non puoi sapere.
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene, ho ancora tempo te ne prego.
Divorami.
Deformami fino all'orrore,
Perchè non te?
Perchè non te, in questa città e in questa notte, tanto simile alle altre al punto di rendersi irriconoscibile.
Te ne prego.
Io ti incontro, mi ricordo di te.
Questa città era fatta su misura per l'amore.
Tu sei fatto per il mio corpo.
Chi sei?
Tu mi uccidi.
Avevo fame, fame di infedeltà, d'adulterio, di menzogne e di morte.
Da sempre.
Sapevo che un giorno ci saremmo incontrati, ti attendevo con una pazienza senza limiti, ma calma.
Divorami.
Deformami a tua somiglianza così che nessun altro dopo te non capisca il perchè di tanto
desiderio.
Resteremo soli, amor mio.
La notte non finirà, il giorno non sorgerà più per nessuno, mai.
Mai più.
E' la fine.
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.
Piangeremo la morte del giorno con coscienza e buona volontà,
non avremmo più niente altro da fare, più niente che piangere il giorno che muore.
Passerà del tempo, tempo solamente; e poi un giorno,
un giorno noi non saprenmo più nominare ciò che ci unisce.
Il nome si cancellerà a poco a poco nella nostra memoria,
poi sparirà del tutto.
- tratto da: "HIROSHIMA MON AMOUR" (1959)
Sceneggiatura
Margerite Duras
Regia
Alain Resnais
Chi sei tu?
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.
Come avrei potuto sapere che questa città
era fatta per il mio amore?
Come avrei potuto sapere che il tuo corpo si adatta al mio?
Tu mi piaci!
Che avvenimento.
Tu mi piaci!
Che languore all'improvviso, che dolcezza.
Tu non puoi sapere.
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene, ho ancora tempo te ne prego.
Divorami.
Deformami fino all'orrore,
Perchè non te?
Perchè non te, in questa città e in questa notte, tanto simile alle altre al punto di rendersi irriconoscibile.
Te ne prego.
Io ti incontro, mi ricordo di te.
Questa città era fatta su misura per l'amore.
Tu sei fatto per il mio corpo.
Chi sei?
Tu mi uccidi.
Avevo fame, fame di infedeltà, d'adulterio, di menzogne e di morte.
Da sempre.
Sapevo che un giorno ci saremmo incontrati, ti attendevo con una pazienza senza limiti, ma calma.
Divorami.
Deformami a tua somiglianza così che nessun altro dopo te non capisca il perchè di tanto
desiderio.
Resteremo soli, amor mio.
La notte non finirà, il giorno non sorgerà più per nessuno, mai.
Mai più.
E' la fine.
Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.
Piangeremo la morte del giorno con coscienza e buona volontà,
non avremmo più niente altro da fare, più niente che piangere il giorno che muore.
Passerà del tempo, tempo solamente; e poi un giorno,
un giorno noi non saprenmo più nominare ciò che ci unisce.
Il nome si cancellerà a poco a poco nella nostra memoria,
poi sparirà del tutto.
- tratto da: "HIROSHIMA MON AMOUR" (1959)
Sceneggiatura
Margerite Duras
Regia
Alain Resnais
lunedì 25 giugno 2007
Angelo
Quella fottutissima mattina faceva un caldo che a stento riuscivo a fumare la mia Marlboro. Un mal di testa mi accompagnava dalle cinque di mattina. L'insonnia mi rapiva anche l'unica cosa bella che mi era rimasta.
Avevo sognato di allungare le mie labbra per raggiungere quelle carnose e giovani di una ragazza che mi stava guardando negli occhi. Bellissima, occhi neri e capelli ricci e corvini, uno sguardo dolce e indifeso come quello di una bambina dolcissima; ma poi gli operai che lavorano al palazzo di fronte al mio appartamento, hanno smorzato la passione dal mio inconscio con uno stronzissimo e rumoroso arnese da lavoro, e mi sono ritrovato con le labbra protese nel vuoto a baciare l'ennesima fottutissima donna immaginaria della mia vita.
Faceva un caldo infernale, le lenzuola erano una pozza fastidiosa e puzzolente di sudore. Mi sono alzato e sono rimasto per mezz'ora sotto la pioggia della doccia. Il malditesta mi accompagnava già, pulsava accanto all'occhio destro, continuamente, incessantemente le botte di dolore erano maledettamente costanti. Forse era colpa della mezza bottiglia di whiskey che mi ero scolato la sera prima. Comunque, lasciando perdere gli errori della notte precedente, stamattina avevo un lavoro da fare. Con quel caldo e quel malditesta sarebbe stata una cosa veramente seccante. Detesto lavorare d'estate, tra la calura e il resto, i miei lavori non erano mai puliti.
Apro il mio taccuino, controllo di nuovo quella foto. Un tipo anonimo, sulla trentina, una faccia da bravo ragazzo, come si sia infilato in quel giro malsano di malavitosi era un mistero. Da ventisei anni lavoravo con la feccia della malavita, e non avevo mai visto tante giacche e tante cravatte intorno a colli curati e facce sbarbate come in quegli ultimi anni. Forse stavo diventando troppo vecchio, forse, il mondo stava creando altri ruoli, e io in quel palcoscenico avrei potuto mettermi in platea al massimo a fare la fottuta maschera, o lo sfigato venditore di bibite. Al diavolo, c'erano i distributori automatici ormai. Ma non vi ingannerò, non sono un nostalgico, solo mi sta sul cazzo tutto quello che crea delle barriere tra le persone, se non ci fossero barriere io sarei disoccupato, e questo sarebbe un bene, sia per me che per le mie vittime.
Per quel lavoro mi avevano dato un sacco di soldi. Avrei potuto sistemarmi, e quando dico "sistemarmi" cari miei, potete stare certi che quello sarebbe stato l'ultimo lavoro della mia vita.
Alle dieci e quarantotto il mio uomo lascia l'ufficio, per andare a fare uno spuntino, torna in ufficio alle undici e dieci circa. Alle tredici va a pranzo e alle quattordici rientra, stacca definitivamente alle sedici. Un uomo preciso, quasi sempre sorridente. Stasera, dopo una settimana di pedinamento, lo seguo fino a casa.
Scendo dalla macchina, e mi avvicino a lui, gli chiedo se ha una sigaretta. Quello si gira e mi dice: - Dovrebbe smettere di fumare, potrebbe ucciderla. - Dentro di me rido: "stupido coglione!", lo ringrazio e me ne vado.
Ha una voce tranquilla, mi sorride e mi augura una buona serata. Come odio i sensi di colpa, quelli mi avrebbero rovinato la vita.
Sale su casa, abita al terzo piano, niente ascensore. Ho un mazzo di chiavi del suo appartamento di cui mi sono premunito, non dico come, perchè i segreti del mestiere non vanno mai svelati.
Mi accingo alla porta, sento rumori di piatti. Si sta preparando la cena. Che tristezza morire mentre si mangia, mi ha sempre dato l'idea di qualcosa di sbagliato. Aspetto un'ora, non voglio mandarlo al creatore senza l'ultimo pasto. Cazzo, io vorrei che con me facessero lo stesso. Niente rancore, amico, è solo lavoro, solo una stupida coincidenza, tu sei capitato sui miei binari e io sto per passare a centoottanta all'ora, niente rancore, sei solo un uomo che ha messo i piedi in una faccenda che non gli competeva. E questo lo sapeva.
Apro la porta di casa con l'eleganza di un gatto, mi faccio strada nel piccolo corridoio. Avanzo con in mano la mia preziosa collaboratrice, con il silenziatore ovviamente, non vorrei svegliare tutto il dannato palazzo. Odiavo i lavori col silenziatore, erano puliti, precisi, e il più delle volte riuscivano bene, ma il brivido che da il rumore del colpo era niente in confronto.
E' in salotto di fronte all'ultima partita di campionato. Niente da dire, dopo la cena una bella serata di fronte alla tv non era per niente male, una buona sera per morire penso, alla fine lo stronzetto per avere la coscienza sporca se la godeva la vita.
Questo mi rese le cose un po' più facili. Il senso di colpa sarebbe svanito, celato dal bonifico bancario che avrei ricevuto, mi viene da sorridere.
Mi avvicino piano, lo chiamo per nome, neanche un secondo per spaventarsi e appena si gira gli pianto una pallottola in fronte.
Niente sangue. Ho sempre preferito il piccolo calibro: non sporca e se hai la mano ferma è più efficace di un bazooka.
Lo metto sdraiato sul letto, lo copro con un lenzuolo. Lo so faccio un lavoro di merda, ma non sono uno schifoso che lascia un cadavere piazzato al centro del salone.
Chiamo la polizia e dico che ho sentito degli schiamazzi e delle urla nell'appartamento. Rimetto la pistola nella fondina e faccio per andarmene, quando sento delle chiavi che aprono la porta.
- Amore, sono tornata. -
Chi diavolo era?
Estraggo la pistola di nuovo, quell'imprevisto non ci voleva. E gli imprevisti in questo caso sono solo cadaveri in più del normale. E non mi piaceva mai.
Mi nascondo nel buio.
La ragazza con la voce da usignolo continua a chiamare il defunto ragazzo, che ormai giace chissà dove. Entra in salone, accende la luce e il colpo che sparo non è preciso stavolta, colpa del buio, ma colpa sopratutto del fatto che lei, la ragazza, aveva gli occhi neri, i capelli ricci, corvini, e uno sguardo dolce e indifeso come quello di una bambina. Il colpo arriva secco sul collo, che la fa rantolare un po' nel sangue qualche istante prima di morire.
La polizia arriva, io devo andare, non c'è tempo per un lenzuolo anche per lei. Le chiudo gli occhi, piango, ed esco velocemente.
Non mi sono sporcato, avevo i guanti, non ho lasciato nulla. Passo in rassegna ogni movimento, come ogni volta che capita un imprevisto. Cerco di pensare a tutto, per non pensare che quella creatura meravigliosa mi era venuta in sogno a cercare, a baciarmi. Quella creatura meravigliosa era un angelo venuto per avvertirmi, e io le avevo sparato.
Mi sentivo dannato, e stupido, un fallito meschino e dilaniato dai sensi di colpa. Torno a casa, e mi scolo l'altra mezza bottiglia di whiskey, mi butto sotto la doccia, ci resto mezz'ora e piango ripensando alla serata. Prendo la vecchia compagna di aventure, le svito il silenziatore, la pulisco per bene,la rimonto, le infilo il caricatore e la guardo un attimo nel suo unico occhio. Un occhio nero e lucido profondo come la porta per l'inferno.
Il colpo secco lo sentirono in tutto il palazzo e nel vicinato.
Sentirono tutti il colpo forte e potente della redenzione.
Avevo sognato di allungare le mie labbra per raggiungere quelle carnose e giovani di una ragazza che mi stava guardando negli occhi. Bellissima, occhi neri e capelli ricci e corvini, uno sguardo dolce e indifeso come quello di una bambina dolcissima; ma poi gli operai che lavorano al palazzo di fronte al mio appartamento, hanno smorzato la passione dal mio inconscio con uno stronzissimo e rumoroso arnese da lavoro, e mi sono ritrovato con le labbra protese nel vuoto a baciare l'ennesima fottutissima donna immaginaria della mia vita.
Faceva un caldo infernale, le lenzuola erano una pozza fastidiosa e puzzolente di sudore. Mi sono alzato e sono rimasto per mezz'ora sotto la pioggia della doccia. Il malditesta mi accompagnava già, pulsava accanto all'occhio destro, continuamente, incessantemente le botte di dolore erano maledettamente costanti. Forse era colpa della mezza bottiglia di whiskey che mi ero scolato la sera prima. Comunque, lasciando perdere gli errori della notte precedente, stamattina avevo un lavoro da fare. Con quel caldo e quel malditesta sarebbe stata una cosa veramente seccante. Detesto lavorare d'estate, tra la calura e il resto, i miei lavori non erano mai puliti.
Apro il mio taccuino, controllo di nuovo quella foto. Un tipo anonimo, sulla trentina, una faccia da bravo ragazzo, come si sia infilato in quel giro malsano di malavitosi era un mistero. Da ventisei anni lavoravo con la feccia della malavita, e non avevo mai visto tante giacche e tante cravatte intorno a colli curati e facce sbarbate come in quegli ultimi anni. Forse stavo diventando troppo vecchio, forse, il mondo stava creando altri ruoli, e io in quel palcoscenico avrei potuto mettermi in platea al massimo a fare la fottuta maschera, o lo sfigato venditore di bibite. Al diavolo, c'erano i distributori automatici ormai. Ma non vi ingannerò, non sono un nostalgico, solo mi sta sul cazzo tutto quello che crea delle barriere tra le persone, se non ci fossero barriere io sarei disoccupato, e questo sarebbe un bene, sia per me che per le mie vittime.
Per quel lavoro mi avevano dato un sacco di soldi. Avrei potuto sistemarmi, e quando dico "sistemarmi" cari miei, potete stare certi che quello sarebbe stato l'ultimo lavoro della mia vita.
Alle dieci e quarantotto il mio uomo lascia l'ufficio, per andare a fare uno spuntino, torna in ufficio alle undici e dieci circa. Alle tredici va a pranzo e alle quattordici rientra, stacca definitivamente alle sedici. Un uomo preciso, quasi sempre sorridente. Stasera, dopo una settimana di pedinamento, lo seguo fino a casa.
Scendo dalla macchina, e mi avvicino a lui, gli chiedo se ha una sigaretta. Quello si gira e mi dice: - Dovrebbe smettere di fumare, potrebbe ucciderla. - Dentro di me rido: "stupido coglione!", lo ringrazio e me ne vado.
Ha una voce tranquilla, mi sorride e mi augura una buona serata. Come odio i sensi di colpa, quelli mi avrebbero rovinato la vita.
Sale su casa, abita al terzo piano, niente ascensore. Ho un mazzo di chiavi del suo appartamento di cui mi sono premunito, non dico come, perchè i segreti del mestiere non vanno mai svelati.
Mi accingo alla porta, sento rumori di piatti. Si sta preparando la cena. Che tristezza morire mentre si mangia, mi ha sempre dato l'idea di qualcosa di sbagliato. Aspetto un'ora, non voglio mandarlo al creatore senza l'ultimo pasto. Cazzo, io vorrei che con me facessero lo stesso. Niente rancore, amico, è solo lavoro, solo una stupida coincidenza, tu sei capitato sui miei binari e io sto per passare a centoottanta all'ora, niente rancore, sei solo un uomo che ha messo i piedi in una faccenda che non gli competeva. E questo lo sapeva.
Apro la porta di casa con l'eleganza di un gatto, mi faccio strada nel piccolo corridoio. Avanzo con in mano la mia preziosa collaboratrice, con il silenziatore ovviamente, non vorrei svegliare tutto il dannato palazzo. Odiavo i lavori col silenziatore, erano puliti, precisi, e il più delle volte riuscivano bene, ma il brivido che da il rumore del colpo era niente in confronto.
E' in salotto di fronte all'ultima partita di campionato. Niente da dire, dopo la cena una bella serata di fronte alla tv non era per niente male, una buona sera per morire penso, alla fine lo stronzetto per avere la coscienza sporca se la godeva la vita.
Questo mi rese le cose un po' più facili. Il senso di colpa sarebbe svanito, celato dal bonifico bancario che avrei ricevuto, mi viene da sorridere.
Mi avvicino piano, lo chiamo per nome, neanche un secondo per spaventarsi e appena si gira gli pianto una pallottola in fronte.
Niente sangue. Ho sempre preferito il piccolo calibro: non sporca e se hai la mano ferma è più efficace di un bazooka.
Lo metto sdraiato sul letto, lo copro con un lenzuolo. Lo so faccio un lavoro di merda, ma non sono uno schifoso che lascia un cadavere piazzato al centro del salone.
Chiamo la polizia e dico che ho sentito degli schiamazzi e delle urla nell'appartamento. Rimetto la pistola nella fondina e faccio per andarmene, quando sento delle chiavi che aprono la porta.
- Amore, sono tornata. -
Chi diavolo era?
Estraggo la pistola di nuovo, quell'imprevisto non ci voleva. E gli imprevisti in questo caso sono solo cadaveri in più del normale. E non mi piaceva mai.
Mi nascondo nel buio.
La ragazza con la voce da usignolo continua a chiamare il defunto ragazzo, che ormai giace chissà dove. Entra in salone, accende la luce e il colpo che sparo non è preciso stavolta, colpa del buio, ma colpa sopratutto del fatto che lei, la ragazza, aveva gli occhi neri, i capelli ricci, corvini, e uno sguardo dolce e indifeso come quello di una bambina. Il colpo arriva secco sul collo, che la fa rantolare un po' nel sangue qualche istante prima di morire.
La polizia arriva, io devo andare, non c'è tempo per un lenzuolo anche per lei. Le chiudo gli occhi, piango, ed esco velocemente.
Non mi sono sporcato, avevo i guanti, non ho lasciato nulla. Passo in rassegna ogni movimento, come ogni volta che capita un imprevisto. Cerco di pensare a tutto, per non pensare che quella creatura meravigliosa mi era venuta in sogno a cercare, a baciarmi. Quella creatura meravigliosa era un angelo venuto per avvertirmi, e io le avevo sparato.
Mi sentivo dannato, e stupido, un fallito meschino e dilaniato dai sensi di colpa. Torno a casa, e mi scolo l'altra mezza bottiglia di whiskey, mi butto sotto la doccia, ci resto mezz'ora e piango ripensando alla serata. Prendo la vecchia compagna di aventure, le svito il silenziatore, la pulisco per bene,la rimonto, le infilo il caricatore e la guardo un attimo nel suo unico occhio. Un occhio nero e lucido profondo come la porta per l'inferno.
Il colpo secco lo sentirono in tutto il palazzo e nel vicinato.
Sentirono tutti il colpo forte e potente della redenzione.
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