venerdì 25 luglio 2014

l'orologiaio

non so perché.
non so come quel giorno mi ritrovai in quella fumosa città, fatta di pareti di pietra, e strani negozi di antichità e vario genere di chincaglierie.
quasi a farsi un luogo di turismo d'altri tempi.
mi rotrovai in quell'oscurità aliena eppure familiare, tanto da conoscerne gli anfratti e le viuzze.
mi incamminai nella via ovest, e lì in una discesa all'angolo di una curva: la scalinata repentina che portava al negozio dell'orologiaio.
appena varcata la soglia, con titubanza ma conoscenza, udii un suono che mi fece sobbalzare.
al solo pensiero dell'idea che esso mi generò tutt'ora rabbrividisco.
il ticchettio...
il ticchettio era completamente sfasato.
ognuna delle decine di orologi andavano con un ticchettio.
il ticchettio....
incontrollabile, continuo, contagioso, con tachicardiche cantilene continue e cu cu.
sveglie trilli, suono sgraziati ed ognuno con il suo carattere, e il suo conteggiare.
l'orologiaio un tipo composto nel suo saio bianco e gli occhialli appoggiati alla testa. il naso aquilino e scaltro ed un viso affilato come la coscenza, mi diede il benvenuto.
capivo allora che l'orologiaio possedeva questo suono.
suo era il ritmo, suo era il tempo, la fase, il continuo scattare di contasecondi, l'eternità, la notte e il giorno, la vita, la morte.
comprendendo tale dono sovrumano chiesi lui candidamente, con l'umiltà che si riserva agli dei: "perché?"
ed egli sorridendo senza dubbio proferire confessò: "mai sentita una musica più bella?"

mercoledì 25 giugno 2014

lividi

laccati il tuo cuore,
smaltati il sorriso.
aggiustati i capelli
e vaffanculo in paradiso.

tifa la tua squadra,
pesta quel barbone,
dai il voto a quello stronzo
che hai visto in televisione.

compra la tua strada,
guadagnati la vita,
lavora come un mulo
fino a che non è finita.

ammazzaci il pianeta,
deturpa la natura,
vederti sulla forca
sarebbe la mia cura.

domenica 22 giugno 2014

la gang dei gatti

la gang de' gatti ne conta ducento:
c'è 'r monco, 'o storpio, er lesto ed il lento,
er bello, er roscio, er rozzo, er malato,
quello tigrato, quello appena nato.
ha disseminato 'r quartiere de fiji,
la gang de strada tra baffi ed artigli,
s'arruffa, si azzuffa, s'inzeppa, s'incazza,
non conta la stazza, non conta la razza,

poi tra 'na zampata pè scherzo o pè furia,
se sdraia sur prato in totale goduria,
tu passi, e li guardi sull'erba, sbracati.
co' l'occhio sornione appena accennato,
mentre che cori tutto trafelato,
e pensi alla vita che fanno loro,
a noi le rogne e a loro er decoro,
noi manco un minuto per il ristoro!
er felino all'omo l'ha già cojonato,
cor fatto che è dorce, è carino, è aggrazziato,
tutte le gattare ha presto stregato,
che donano amorevoli cibo e carezze.

mentre pe' l'omo sortanto amarezze.
poi loro se leccano tutti contenti,
e tornano a fare l'amore sui tetti,
la gang de' gatti c'ha già dimostrato,
che er monno è 'na pacchia, er monno è na pace,
basta ogni tanto da esse capace,
de chiude 'n po' l'occhi, sdrajasse a sto sole,
de chiude la bocca, e smorzà le parole.
miao

sabato 5 aprile 2014

capitolo I

stavamo sulla nave tutti insieme,
sdraiati, silenziosi,
e la paura, insieme all'ambizione,
puzzava.
risaliva da sotto coperta, lo scricchiolio,
le corde, i piedi nudi dei fratelli alle bombarde.
e sulla prora gli angeli ribelli, coi moschetti.
dalla vedetta un urlo era già giunto vittorioso: Spagnoli!
il ragazzino che abitava la garitta dell'albero maestro, scrutava l'orizzonte tutto il giorno. Il capitano aveva disposto una ricompensa a chi avesse scorto per primo la prossima preda.
Dopo l'urlo del piccolo portoghese il silenzio era calato sulla nave ed ognuno di noi bocconi sulla coperta attendeva un cenno del nostro capitano.
Ad udir l'urlo dell'avvistatore, il capitano Clayton uscì dalla cabina proprio mentre faceva per rimettere il cappello, e a stringersi la cinghia ben serrata intorno alla vita. Tre coltelli pendevano e nient'altro. Il passo veloce e leggero del capitano riecheggiava sul ponte e tutti gli uomini al moscheto e alle colubrine caricavano silenziosamente i loro ferri francesi.
Nostromo Higgins, fedele cane bastardo, porge subito il cannocchiale al capitano che scrita l'orizzonte, nel punto in cui il piccolo portoghese, Jaq, indicava tremolante con la mano.

- continua... -

lunedì 16 dicembre 2013

dicembre

la cristalliera.
e bicchieri lucenti alla luce di dicembre che filtra dalle tende chiare.
e in certi bagliori di sole il pulviscolo.
il pulviscolo scende e si deposita, per sempre.

la libreria.
tutti i libri a guardarmi, pieni e boriosi del loro sapere.
sugli scaffali abbandonati, la polvere già dimostra giorni di pulviscolo.

l'anima.
incollata al corpo.
cucita alla pelle, disegnata sul volto, e un grido dentro che ha sempre da nascondersi dietro impegno, abnegazione, difesa, sorriso, lotta.
e il mio cuore che scoppia, e la paura del contesto, e l'impossibilità di scendere a patti col reale.
fa male.

il tavolo.
sul tavolo circolare il verde panno da gioco per il poker, e per le serate di natale.
il telecomando, la scrivania, il computer, gli scatoloni di cianfrusaglie ricolmi di nulla.
le sedie, cospirano attorno al tavolo.
il pavimento mormora marmoreo i suoi ricordi. quanti piedi l'hanno calpestato. ricorda tutte le calzature e sopratutto ha un fremito per i piedi nudi.

gli oggetti.
sparsi senza mai un vero posto nella stanza gironzolano e fanno conoscenza durante il tempo che passa.
io che parlo agli oggetti, e mi scordo delle persone.
ho incontrato una vecchia ciabatta, e ora, ricomincia la conversazione.
il vicino di casa è lontano.
lontanissimo.
più vicina lo è la mia amica che abita a quaranta kilometri.
è più vicino il lontano che il lontano vicino. almeno a quest'anima.

avrei scritto una storia fantastica, fatta di mondi e di luoghi nuovi, se solo sapessi seguire le regole.
se solo imparassi, le regole del gioco.
un gioco di ruolo.

venerdì 13 dicembre 2013

il bar della memoria

sto corridoio, era stretto, ma non troppo, giusto lo spazio giusto pè fa passa il cameriere. e ai lati del corridoio, giusto lo spazio giusto per metterci dei tavoli per due persone. in fondo al corridoio, un corridoio lungo, in fondo a destra la toilette, e poi più in là una nicchia nel muro dove c'era giusto lo spazio giusto per la cassa e di fronte il bancone. su ogni tavolo c'era giusto lo spazio giusto per il centrotavola e volendo, nelle ore della sera che la luce soffusa ci stava bene, una candela. e le pareti, ricolme di cornici incornicianti ogni immagine di qualsivoglia estrazione. dal fumetto al ritagli di giornale, e disegni sui tovaglioli degli avventori, e stampe antiche, quadri antichi, tappeti persiani, stralci di carta da parati, foglie caduche cadute chissa dove, fotografie. ed ogni avventore è un amico, ogni avventore sa cosa vuole si siete e chiede il solito. e il solito è servito su piatti meravigliosi e la pietanza ricopre giusto lo spazio giusto per far bella figura perché la pieanza va ben curata, ben cucinata, e ben presentata. Le bevande hanno un bicchiere dedicato, giuste per il loro giusto contenuto. in questo luogo, che per ora è solo immaginato, c'è giusto lo spazio giusto per la felicita.